Nata a Londra nel 1882, Virginia Woolf si formò in un ambiente di raffinata cultura letteraria e artistica: nel 1904 fu tra i fondatori del Gruppo di Bloomsbury – circolo di intellettuali dove conobbe il futuro marito Leonard – mentre nel 1917 cominciò a collaborare col Times Literary Supplement e fondò la casa editrice Hogarth Press, che pubblicherà le opere di molti tra i maggiori scrittori del tempo. Tra i suoi romanzi più celebri – annoverati tra i massimi capisaldi della narrativa del Novecento – si ricordano La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928) e Le onde (1931). Oltre alla narrativa, si dedicò proficuamente anche alla saggistica e alla critica, ne è un esempio la raccolta Il lettore comune, pubblicato una prima volta nel 1925 e successivamente nel 1932. Con Le tre ghinee (1938) e, soprattutto, Una stanza tutta per sé (1929) si interessò alle questioni della condizione femminile, sottolineando l’importanza della libertà creativa per le donne e mettendo in luce i problemi insiti nel patriarcato.

Virginia Woolf è universalmente riconosciuta come la “madre spirituale dell’odierno movimento delle donne colte” e Una stanza tutta per sé è diventato fin da subito una sorta di “Bibbia” per tutte quelle giovani scrittrici che hanno intrapreso dibattiti – tutt’oggi piuttosto accesi – riguardo problematiche che dalla letteratura sono traslate anche in altri ambiti. Il titolo si riferisce a una delle tesi contenute nel testo: «Una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi.» Il saggio ha avuto come primo titolo “Le donne e il romanzo” (Women and Fiction) ed è divenuto, non senza qualche difficoltà, il simbolo della letteratura femminile femminista. Nasce dall’elaborazione di due conferenze – incontri di cui parlò anche nel suo personale diario – che Woolf tenne nell’ottobre del 1928 – appena dopo la stesura di Orlando – per delle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge. A Room of One’s Own riflette su uno dei fenomeni più rilevanti del Novecento, cioè la presa di coscienza da parte delle donne della loro rilevanza e specificità. Da una parte si pone la conquista della parità con l’uomo sul piano dei diritti politici e delle condizioni di vita; dall’altro il riconoscimento della sensibilità della cultura femminile, in un modo di concepire la vita legittimamente diverso da quello maschile.
I romanzi scritti nel primo Ottocento, come Jane Eyre di Charlotte Brontë, sono privi di quella integrità che fa grande un romanzo. La loro indiscussa grandezza va inserita in una situazione storica di “oppressione” a cui certe donne dovevano far fronte. Sulla scia di quanto già predetto da Arthur Rimbaud in “Lettera del veggente” («Quando sarà spezzato l’infinito servaggio della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, l’uomo – fin qui abominevole – le avrà reso il suo congedo, sarà poeta, anche lei!»), Woolf si dedica a esaltare la “forza estremamente complessa della femminilità”, destinata a produrre, in una situazione di maggiore libertà, opere diverse da quelle scritte per secoli dagli uomini, dotate di una espressività inedita. Una delle eccezioni è sicuramente Jane Austen: prima autrice in grado di dar vita a importanti personaggi femminili simbolo di potere decisionale consapevole. Durante la reclusione secolare, le donne hanno sviluppato una forza creativa troppo dirompente per essere bloccata in quattro mura, tant’è che anche i più grandi uomini hanno tratto ispirazione dalle loro compagne per «qualcosa che il proprio sesso era incapace di fornire loro». La stanza è nata sì come un rifugio intimo dove le donne sono state in grado di plasmare la propria identità e coltivare pensieri indipendenti, ma col tempo si è trasformata in un simbolo tangibile di autonomia e libertà, incarnando a tutti gli effetti il desiderio di emancipazione e di superamento di ogni limitazione sociale.
Qui di seguito vi lascio un piccolo brano preso dal capolavoro di Virginia Woolf. Avete letto questo testo? Vi è piaciuto?
E poiché un romanzo ha questa corrispondenza con la vita reale, i suoi valori sono, fino a un certo punto, quelli della vita reale. Ma è ovvio che i valori delle donne sono spesso diversi dai valori costruiti dall’altro sesso; questo è naturale. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono «importanti»; il culto della moda, l’acquisto di vestiti, «futili». E questi valori vengono inevitabilmente trasferiti dalla vita al romanzo. Questo è un libro importante, suppone il critico, perché tratta di guerra; questo è un libro insignificante, perché tratta dei sentimenti delle donne in un salotto. Una scena in un campo di battaglia è più importante di una scena in un negozio; dovunque, e anche più sottilmente, persiste la differenza di valore. Perciò l’intera struttura del romanzo del primo Ottocento veniva costruita, se l’autore era una donna, da una mente un po’ deviata, costretta ad alterare la sua visione chiara in omaggio a un’autorità esterna. Basta sfogliare questi vecchi romanzi dimenticati, ascoltare il tono di voce in cui sono stati scritti, per indovinare che la scrittrice fronteggiava i critici; che diceva questo per essere aggressiva, o quest’altro per essere conciliante. Riconosce di essere solo «una donna»; oppure protesta di valere «quanto un uomo». La scrittrice si confronta con la critica, a seconda del suo temperamento, con docilità e timidezza, oppure con rabbia ed enfasi. Non importa cosa fosse; lei stava pensando a qualcosa di diverso dalla sua materia. Il libro ci crolla in testa; c’era una crepa nel mezzo. […] Era strano pensare che tutte le grandi donne della letteratura erano state, fino ai tempi di Jane Austen, non solo viste dall’altro sesso, ma viste solo in relazione all’altro sesso. E che piccola parte della vita di una donna è questa! E anche di questa, quanto poco può saperne un uomo, quando la osserva attraverso gli occhiali scuri o rosei che il proprio sesso gli ha messo sul naso. […] Una donna entra nella stanza… Ma dovremmo dar fondo a tutte le risorse della lingua inglese, intere ghirlande di parole dovrebbero illegittimamente spiccare il volo verso la nascita, prima che una donna possa dire quel che accade quando entra in una stanza. Le stanze sono così diverse; sono tranquille o tempestose; aperte sul mare, o al contrario sul cortile di un carcere; c’è il bucato steso, oppure splendono di opali e sete; sono dure come il crine o soffici come le piume… Basta entrare in una stanza qualunque di una qualunque strada perché ci salti agli occhi quella forza estremamente complessa della femminilità. Come potrebbe essere altrimenti? Le donne sono state sedute in queste stanze per milioni di anni, cosicché ormai perfino le pareti sono pervase dalla loro forza creativa, che infatti soverchia talmente la capacità dei mattoni e della malta, che per forza deve attaccarsi alle penne, ai pennelli, agli affari e alla politica. Ma questa forza creativa è molto diversa dalla forza creativa degli uomini. E dobbiamo dedurne che sarebbe un gran peccato se venisse ostacolata o sprecata, perché è stata ottenuta con secoli della più drastica disciplina, e non c’è niente che possa sostituirla. Sarebbe un gran peccato se le donne scrivessero come gli uomini, o vivessero come loro, o assumessero il loro aspetto; perché se due sessi non bastano, considerando la vastità e la varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo?

