Volevo mostrare e dimostrare che la cultura islamica, il popolo islamico e la gente religiosa possono vivere insieme nella pace e nell’amore, ma il fanatismo e gli islamici fanatici e la politica possono distruggere la vita.
Non poteva usare parole migliori, Kader Abdolah, per descrivere il suo romanzo, La casa della moschea (Het huis van de moskee), pubblicato per la prima volta nel 2005 in lingua olandese e nel 2008, in italiano, da Iperborea. Attraverso le vicende della famiglia di Aga Jan e degli abitanti della casa della moschea, Abdolah intreccia la vita quotidiana con i grandi eventi della Storia, mostrando come il destino individuale e quello collettivo possano essere travolti dall’ascesa delle logiche estremiste e da trasformazioni difficili da arginare. La casa, simbolo di stabilità e spiritualità, diventa teatro di un cambiamento che sconvolge equilibri secolari, trasformando la fede da forza unificante a strumento di repressione.
La prosa di Kader Abdolah è intensa e – soprattutto – capace di restituire il senso di perdita di chi si vede costretto a scegliere tra adattamento o “ribellione”. E chi più di lui può comprenderne le conseguenze? Il suo vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, iraniano naturalizzato olandese dopo l’esilio del 1985 imposto dalla repressione degli ayatollah. La sua stessa vita è segnata da quel bivio tra resistenza ed esilio, e questo conferisce al suo romanzo una profondità e un’autenticità ancora più grandi.
La vita non mostra mai sempre lo stesso volto e non dimenticare mai che c’è una ragione per tutto.
È una narrazione che parla di Iran, che ha alcuni nomi ed eventi romanzati, ma che risuona ovunque vi sia un conflitto tra tradizione e modernità, tra religione e politica. Oggi, con la rinnovata attualità delle tensioni in Medio Oriente, La casa della moschea continua a essere un romanzo necessario, un ponte tra culture e un monito contro i pericoli dell’estremismo.
La storia segue la famiglia di Aga Jan, un mercante di tappeti tradizionalista e influente, custode della moschea di Senjan. La casa della moschea è il cuore pulsante della comunità, il simbolo di una religiosità che per lungo tempo ha rappresentato stabilità e ordine. Le cose cominciano a cambiare con l’avvento della rivoluzione islamica, soprattutto con l’insediamento del governo stabilito da Khomeini.
“Quando era ancora a Parigi, Khomeini aveva promesso che avrebbe tollerato chi la pensava in modo diverso da lui. Ma adesso che è al potere, ha cambiato completamente politica. Considera i militanti di sinistra gente blasfema per la quale con c’è posto nel suo regime islamico. Per questo abbiamo fatto un passo indietro e viviamo nascosti in luoghi segreti. Non ci si può fidare di Khomeini.”
Nel caos di un Iran in trasformazione, Aga Jan incarna la forza della memoria e il coraggio di chi, pur sull’orlo di perdere tutto, non rinuncia alla propria umanità. Aga Jan osserva impotente il declino della sua famiglia e della sua comunità ma nonostante questo non si lascia abbattere. Alla violenza sceglie di opporre la dignità, la compostezza silenziosa di chi rifiuta di farsi trascinare dall’odio. La sua resistenza non passa attraverso le armi o la ribellione aperta, ma nella difesa ostinata di quei valori che la rivoluzione vorrebbe cancellare: la pietà, la giustizia, il rispetto per le tradizioni senza fanatismi.
“Se ogni tanto sei triste, va’ a fare una passeggiata lungo il fiume. Parlagli e il fiume porterà via il tuo dolore.” “Non voglio lamentarmi”, disse Aga Jan rivolto al fiume, “ma è come se avessi un sasso in gola.” Gli bruciavano gli occhi, una lacrima gli scese sulla guancia e cadde a terra. Il fiume prese la lacrima e la portò via in silenzio nel buio, senza dir niente a nessuno.
Il libro comincia con un gran numero di formiche e prosegue con un’invasione di cavallette. Attraverso queste immagini, Abdolah suggerisce sin dalle prime pagine che la quiete della casa della moschea è destinata a essere sconvolta. La rivoluzione non arriva all’improvviso, ma come un’ombra che si allunga lentamente: la natura diventa specchio della Storia, e i piccoli segnali premonitori si trasformano in un grido di allarme che solo pochi, tra cui Aga Jan, sembrano cogliere fino in fondo.
L’Iran degli anni Settanta viene descritto attraverso eventi drammatici e sconvolgenti: la caduta dello scià, l’ascesa di Khomeini, la repressione politica e la nascita di una teocrazia soffocante. Un crescendo di fatti che prendono il sopravvento su tutti, nel bene o nel male. Emblematico nel presentare il clima della trasformazione in atto è il capitolo La mucca, che si ispira all’omonimo film iraniano del 1969 di Dariush Mehrjui. La mucca, qui simbolo non solo di una quotidianità contadina e rassicurante ma anche di solidarietà, diventa invece nel libro metafora della fine di un’epoca e dell’irruzione della violenza nella vita di tutti. È un passaggio che segna un punto di non ritorno, il momento in cui i valori si lacerano e la casa della moschea smette di essere un rifugio.
Era un film adatto alla nuova repubblica islamica di Khomeini, perché il villaggio era lontano anni luce dalla modernità: le contadine portavano tutte il velo e il Corano era presente ovunque. Non c’era l’elettricità e neanche l’acqua potabile, non si sentiva suonare musica e nessuno aveva la radio.
Uno degli aspetti più affascinanti di questo romanzo sono i due livelli narrativi di cui è composto. Da un lato, c’è la storia familiare, con Aga Jan e gli altri abitanti della casa: i loro amori, le loro tragedie e il loro legame con la moschea, che per decenni ha rappresentato un luogo di stabilità e spiritualità. Dall’altro, c’è la Storia con la “S” maiuscola, quella della rivoluzione iraniana, che irrompe con forza nella vita dei personaggi, trasformandoli e, in alcuni casi, anche travolgendoli.
Per buona parte del libro, la casa della moschea appare quasi un contesto fuori dal tempo, un microcosmo fatto di rituali, tradizioni e gerarchie consolidate. Ma man mano che la rivoluzione prende forma, i muri di questa casa sicura si sgretolano senza più riuscire a contenere il cambiamento. I personaggi devono inevitabilmente fare i conti con il nuovo ordine: alcuni si adattano, altri resistono, altri ancora devono subire un destino nefasto.
È successa una rivoluzione, Faqri, questo non è solo un rovesciamento del potere politico, qui si è capovolto qualcosa nella testa della gente. Stanno per succedere cose che nessuno di noi avrebbe mai immaginato in una vita normale. La gente commetterà atrocità terribili. Guardati attorno, non vedi come sono tutti cambiati? Le persone sono quasi irriconoscibili. Non si capisce se si sono messi una maschera o l’hanno gettata.
La dedizione e la fedeltà delle nonne Golebeh e Golbanu; l’egoismo arrivista di Ghalghal; la forza e la rispettabilità di Aga Jan; la lungimiranza profetica di Qodsi. Ogni personaggio de La casa della moschea non è semplicemente un testimone della Storia, ma ne diventa vittima e protagonista, costretto a confrontarsi con il crollo di un mondo che credeva immutabile.
Abdolah non giudica nettamente quel mondo che ha visto con i suoi occhi ma, pagina dopo pagina, fa in modo che le complessità della società iraniana emergano in maniera evidente. La narrazione ha un ritmo pacato, delicato, quasi da fiaba orientale, ma il tono diventa sempre più cupo man mano che la rivoluzione avanza e il fanatismo prende il sopravvento. Ne La casa della moschea, come in molti altri contesti, politica e religione possono plasmare il destino delle persone, diventando sia strumenti di coesione che forze di divisione. Abdolah mostra con trasporto e lucidità come il loro intreccio possa dare origine tanto alla convivenza quanto al conflitto. Ecco perché questo romanzo, pur affondando le radici nella storia, risuona con inquietante attualità.
5/5
PAROLE CHIAVE
Rivoluzione: Il romanzo si svolge nel contesto della rivoluzione islamica in Iran, un evento storico che ha stravolto la società iraniana negli anni Settanta. Il cambiamento politico e sociale emerge gradualmente, portando con sé repressione, conflitti e trasformazioni radicali. La rivoluzione è raccontata non solo attraverso i grandi eventi, ma anche nelle sue ripercussioni sulla vita quotidiana dei personaggi, costretti a confrontarsi con un nuovo ordine che stravolge equilibri secolari.
Fanatismo: Uno dei temi centrali è il pericolo rappresentato dall’estremismo religioso e politico. Abdolah mostra come il fanatismo possa distruggere la convivenza pacifica, trasformando la religione da elemento unificante a strumento di oppressione. Il romanzo evidenzia come la radicalizzazione possa travolgere la società, soffocando le voci moderate e imponendo una visione monolitica della fede e del potere.
Spiritualità: La casa della moschea simboleggia inizialmente un luogo di stabilità, cultura e tradizione religiosa, un centro di spiritualità che guida la comunità. Tuttavia, con l’avvento della rivoluzione, questo equilibrio si spezza, e la fede diventa un’arma nelle mani del potere politico. Il romanzo esplora il contrasto tra una religiosità autentica e intima e una religione usata per giustificare il controllo e la violenza.
Resistenza: Il protagonista, Aga Jan, incarna la resistenza pacifica contro la deriva estremista. La sua opposizione non passa attraverso la ribellione aperta, ma attraverso la dignità e la difesa ostinata di valori come la giustizia, la pietà e il rispetto per le tradizioni senza fanatismi.
Tradizione e modernità: Un altro conflitto chiave del romanzo è quello tra il passato e il futuro, tra il desiderio di conservare un’identità culturale radicata e la necessità di adattarsi ai cambiamenti imposti dalla storia. La rivoluzione spazza via un mondo considerato immutabile, costringendo i personaggi a scegliere tra l’accettazione del nuovo ordine o la difesa di valori e abitudini che rischiano di scomparire.
PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: La casa della moschea
Autore: Kader Abdolah
Editore: Iperborea
Lunghezza: 466 pagine
Prezzo: 18,50 euro
Trama: Da secoli la famiglia di Aga Jan, ricco mercante di tappeti e capo del bazar, ha legato i suoi destini alla moschea di Senjan, nel cuore della Persia. La dimora adiacente alla moschea è pervasa da miti e antiche tradizioni, immagine armoniosa di una società che sta per essere attraversata dagli sconvolgimenti del presente, come fa presagire la massa di formiche che invade il cortile della casa nell’incipit del romanzo. Il piccolo centro religioso di Senjan rischia di rimanere lontano sia dalla modernizzazione filo-occidentale imposta dallo scià che dall’intransigente reazione oscurantista che si prepara nella roccaforte degli ayatollah di Qom. Proprio da Qom arriva un giorno il giovane imam Ghalghal, per prendere in moglie Seddiq, figlia dell’imam Alsaberi e, quando questi muore accidentalmente sarà lui a sostituirlo. Se dapprima sembra che la moschea abbia finalmente trovato una guida forte, all’entusiasmo succede presto lo sgomento: le sue parole si fanno sempre più arroganti e tentano di sfociare nell’azione violenta, quando Farah Diba, moglie dello scià e immagine dell’emancipazione femminile, arriva in città per inaugurare un cinema e si trova assediata da una folla sobillata da Ghalghal, che dopo la mancata sommossa, sfugge alla polizia e raggiunge Khomeini per preparare la rivoluzione dall’esilio. Sospesa tra un mitico passato e un drammatico presente, il romanzo è un cuore pulsante di vite e di storia, da cui si osservano gli eventi che cambieranno il volto dell’Iran.
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