I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni è un romanzo che riesce a essere sia profondo sia filosofico pur partendo da una premessa insolita: la voce narrante è una faina. Archy, questo il nome del protagonista, si interroga sulla vita e sulla morte in un mondo animalesco che, però, somiglia terribilmente al nostro.
Il viaggio di Archy è un percorso di crescita doloroso, che parte con un abbandono, e che poi prosegue attraverso inganni, apprendimenti e scoperte che riflettono i dilemmi umani più universali. C’è un’atmosfera fiabesca, ma si tratta di una fiaba oscura, che non si fa troppi problemi a mostrare la brutalità della natura (sia umana sia animale).
Non vivevo un momento così sereno da quando avevo ucciso la gallina. Senza dubbi, o domande. Il presente era ritornato ad essere il mio mondo per qualche attimo, e fuori da quello, il nulla. Ero un animale. Ero felice.
Archy, imparando a leggere e a scrivere, si rapporta a quei concetti astratti che lo separano sempre più dagli altri animali e lo avvicinano al mondo umano. Ma il prezzo della conoscenza ha anche una duplice condanna: da una parte rende la sua storia profondamente malinconica, dall’altra lo espone a una sofferenza maggiore. Per certi aspetti, Archy ricorda la Creatura di Frankenstein. Entrambe le figure si trovano in una condizione liminale di consapevolezza acquisita che, paradossalmente, non facilita la loro integrazione ma ne accentua l’isolamento. La Creatura, dopo aver appreso autonomamente il linguaggio e la lettura, viene respinta con orrore dalla società umana; analogamente, Archy sperimenta l’abbandono quando viene allontanato dal suo nucleo familiare. In entrambi i casi, l’acquisizione della conoscenza non conduce all’accettazione ma a una dolorosa consapevolezza della propria condizione.
Me la prendevo con Dio, perché non potevo fare altrimenti. Forse se non lo avessi conosciuto non mi sarei lamentato più di tanto, avrei accettato ogni cosa come veniva, da vero animale. Ma sapendo di chi era il mondo, ero costretto ad avere un nemico, mi veniva istintivo.
Anche gli altri personaggi del romanzo assumono valenze simboliche precise. La volpe Solomon incarna una complessa dualità: da una parte sfrutta e umilia Archy, ma dall’altra manifesta una forma di attaccamento a lui quasi necessario. Gioele, il cane, rappresenta invece una figura di fedeltà e protezione, caratterizzato da un legame profondo con il suo padrone. La sua funzione è quella di custode dell’ordine: protegge la casa della volpe e fa in modo che tutti le portino rispetto. L’istrice, invece, simboleggia quasi l’innocenza primordiale: la sua natura istintiva, sincera e priva di secondi fini, rappresenta per Archy non solo l’esistenza che avrebbe potuto condurre se non fosse stato “contaminato” dalla conoscenza, ma anche un affetto leale e sincero (tanto da condurre l’animale verso un destino decisamente diverso dal suo).
Non parlai mai di Dio, né della morte; decisi di salvare la sua vita dai grandi dilemmi che mi avevano afflitto, di lasciargli un’esistenza da animale.
Alla morte di Solomon, Archy tenta di proseguire la propria esistenza per amore di una giovane e bella faina, formando con lei una famiglia. Tuttavia, questo tentativo di normalità viene tragicamente interrotto dall’arrivo dell’inverno e della fame, in un mondo che, come osserva l’autore, “assomiglia molto alla vita con i suoi orrori, rischiarati ogni tanto da una luce che ci illude che tutto possa andare per il meglio”.
Ciò che rende ancora più straordinario I miei stupidi intenti è la giovane età del suo autore. Quando Bernardo Zannoni ha dato vita a questa profonda riflessione sulla vita e sulla morte attraverso la storia di Archy, era poco più che ventenne. Un esordio letterario che ha dimostrato una maturità intellettuale e una sensibilità filosofica sorprendenti, tanto da meritargli il prestigioso Premio Campiello 2022.
Non mi sentivo più un animale; avevo barattato i miei istinti per dubbi e domande, per esercitare la ragione, per contraffare la mia natura.
Il romanzo mostra diverse affinità con il pensiero di Albert Camus, configurandosi come una narrazione dell’assurdo con potenti riferimenti a Il mito di Sisifo e Lo straniero. In queste opere, essenzialmente, Camus descrive l’insensatezza della condizione umana e la ricerca di significato in un universo che ne è privo. Durante il suo percorso, Archy scopre l’assenza di un ordine morale nel mondo, la natura sofferente dell’esistenza e il predominio della sopraffazione. Nonostante questa consapevolezza, persiste nell’esistere e si adatta, pur senza trovare un significato definitivo. Dopo aver constatato la crudeltà del mondo e il paradosso di una conoscenza che non porta necessariamente alla felicità, Archy non cerca né redenzione né spiegazioni trascendenti. La sua risposta all’assurdo non è la ribellione, ma l’accettazione per quanto compiuto.
Imparai ad apprezzare la solitudine e trovai la pace con Dio. Mi fu chiaro che il mondo non odia nessuno, e se è crudele, è perché noi siamo crudeli. Dio non aveva commesso altro errore se non quello di averci voluto partecipi, uomini e animali insieme.
I miei stupidi intenti è un’opera di rara potenza evocativa, capace di condensare complesse riflessioni attraverso la semplice (ma solo in apparenza) storia di una faina. Zannoni, con una prosa limpida che quasi contrasta con la complessità dei temi trattati, ci consegna un romanzo che risuona con le grandi domande della tradizione esistenzialista senza mai risultare pedante o derivativo. La sua originalità risiede proprio nella capacità di reinventare l’assurdo camusiano con uno sguardo nuovo, quello di un animale che scopre la crudeltà del mondo ma sceglie comunque di abitarlo, senza rassegnazione né ribellione, ma con una forma di resilienza che è forse l’unica risposta possibile all’indifferenza dell’universo.
4/5
PAROLE CHIAVE
Antropomorfismo: Il romanzo utilizza la voce narrante di una faina per raccontare una storia profondamente umana. Questo espediente letterario consente di proiettare emozioni, riflessioni filosofiche e dilemmi esistenziali su un personaggio animale, creando un effetto di straniamento che invita a guardare la condizione umana da una prospettiva diversa e simbolica.
Conoscenza: L’apprendimento della lettura e della scrittura da parte di Archy segna un punto di svolta esistenziale. La conoscenza è rappresentata come un dono ambiguo: permette l’elevazione intellettuale e la riflessione, ma allo stesso tempo genera dolore, isolamento e una consapevolezza tragica della realtà, in linea con la visione esistenzialista.
Assurdo: I miei stupidi intenti richiama fortemente il pensiero di Albert Camus e la nozione dell’assurdo. Archy, come i personaggi camusiani, si trova a vivere in un universo privo di senso oggettivo, ma invece di ribellarsi o cercare risposte trascendenti, sceglie di accettare la realtà nella sua crudezza, continuando a esistere pur nella sofferenza.
Fiaba oscura: La narrazione assume i toni di una favola, ma intrisa di violenza, dolore e disillusione. Si tratta di una struttura narrativa che sovverte le aspettative: il mondo animale richiama le fiabe, ma ciò che viene raccontato è una storia cruda, senza lieto fine, dove la lotta per la sopravvivenza è costante e la natura è indifferente.
Liminalità: Archy si trova in una posizione di confine tra il mondo animale e quello umano, tra istinto e coscienza. La sua condizione è “liminale” perché abita una soglia, non completamente parte né dell’uno né dell’altro mondo. Questa marginalità lo rende simile alla Creatura di Frankenstein: un essere consapevole ma escluso, tragicamente solo.
PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: I miei stupidi intenti
Autore: Bernardo Zannoni
Editore: Sellerio
Lunghezza: 252 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: «Esistono vari modi di strillare un libro magnifico. Ma solo un modo è giusto per “I miei stupidi intenti”: leggetelo, leggete questo romanzo in stato di grazia». Marco Missiroli. Questa è la lunga vita di una faina, raccontata di suo pugno. Fra gli alberi dei boschi, le colline erbose, le tane sotterranee e la campagna soggiogata dall’uomo, si svela la storia di un animale diverso da tutti. Archy nasce una notte d’inverno, assieme ai suoi fratelli: alla madre hanno ucciso il compagno, e si ritrova a doverli crescere da sola. Gli animali in questo libro parlano, usano i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi, ma il loro mondo rimane una lotta per la sopravvivenza, dura e spietata, come d’altronde è la natura. Sono mossi dalle necessità e dall’istinto, il più forte domina e chi perde deve arrangiarsi. È proprio intuendo la debolezza del figlio che la madre baratta Archy per una gallina e mezzo. Il suo nuovo padrone si chiama Solomon, ed è una vecchia volpe piena di segreti, che vive in cima a una collina. Questi cambiamenti sconvolgeranno la vita di Archy: gli amori rubati, la crudeltà quotidiana del vivere, il tempo presente e quello passato si manifesteranno ai suoi occhi con incredibile forza. Fra terrore e meraviglia, con il passare implacabile delle stagioni e il pungolo di nuovi desideri, si schiuderanno fra le sue zampe misteri e segreti. Archy sarà sempre meno animale, un miracolo silenzioso fra le foreste, un’anomalia. A contraltare, tra le pagine di questo libro, il miracolo di una narrazione trascinante, che accompagna il lettore in una dimensione non più umana, proprio quando lo pone di fronte alle domande essenziali del nostro essere uomini e donne. I miei stupidi intenti è un romanzo ambizioso e limpido, ed è stato scritto da un ragazzo di soli venticinque anni. Come un segno di speranza, di futuro, per chi vive di libri.
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