A quasi due secoli dalla sua nascita, Emily Dickinson continua a parlare con una voce sorprendentemente contemporanea e la sua poesia, tutt’altro che limitata in interpretazioni definitive, mantiene ancora intatta la sua capacità di emozionare e far riflettere.
Ma chi era Emily Dickinson? Colei che ormai tutto il mondo riconosce come una delle più sensibili poetesse statunitensi è nata il 10 dicembre 1830 ad Amherst, in Massachusetts, da una famiglia di rilievo nella comunità puritana locale. Suo padre, Edward Dickinson, era un avvocato rispettato, tesoriere dell’Amherst College e rappresentante al Congresso degli Stati Uniti; la madre, Emily Norcross Dickinson, era una donna devota ma spesso distante emotivamente, modo d’essere che ha influenzato anche il carattere della giovane figlia.

L’infanzia di Emily è trascorsa in un ambiente privilegiato e culturalmente stimolante. Cresciuta nella dimora di famiglia nota come The Homestead (oggi diventata museo), ha ricevuto un’educazione eccellente per gli standard dell’epoca, e soprattutto “libera”. Ha frequentato la Amherst Academy (1840-1847) e successivamente, per un breve periodo, il Mount Holyoke Female Seminary (1847-1848). Dei suoi studi fa riferimento anche in alcune sue lettere, come quella destinata a Abiah Root, sua compagna di scuola, e datata 7 maggio 1845:
Questo trimestre sia Viny sia io andremo a scuola. Ne abbiamo una ottima. Ci sono 63 studenti. Seguo quattro corsi. Filosofia del pensiero, Geologia, Latino e Botanica. Titoli altisonanti, vero?
Il ritorno a casa da Mount Holyoke ha segnato anche il suo graduale ritiro dalla società. È stato proprio durante questo periodo che Emily ha cominciato a manifestare i segni di quella che sarebbe diventata la sua caratteristica distintiva: un’insofferenza per le convenzioni sociali e una predilezione per la solitudine riflessiva, in direzione un po’ contraria rispetto alle aspettative per una giovane donna del suo status. Sono anni di intensa creatività, anni in cui Dickinson ha iniziato seriamente a comporre poesie, sviluppando uno stile inconfondibile. Tra le sue scelte, anche quella di vestirsi esclusivamente di bianco, fatto che ha dato adito a numerose interpretazioni. I suoi contatti con il mondo esterno sono diventati via via sempre più rari e mediati, fino a comunicare con i visitatori da dietro una porta o inviando missive («La casa è il centro di un piccolo mondo che Emily conosce e controlla») . È sbagliato pensare che questo isolamento fisico corrispondesse anche a una reclusione intellettuale o emotiva. Tutt’altro. Attraverso una fitta corrispondenza, Emily Dickinson riusciva a mantenere contatti con un selezionato gruppo di amici e familiari, tra cui spiccava (soprattutto) Susan Gilbert.
Il rapporto tra Emily Dickinson e Susan Gilbert ha rappresentato uno degli aspetti più affascinanti e discussi della vita della poetessa. Susan entrò nella vita di Emily nel 1850, quando si trasferì ad Amherst, diventando prima amica intima e poi, sposando il fratello Austin, anche cognata. La connessione tra le due donne fu immediata e intensa, alimentata anche dal fatto che Susan si stabilì nella proprietà adiacente alla Homestead, in una casa chiamata The Evergreens. La loro corrispondenza è stata straordinariamente intensa e emotiva, fulcro di alcune delle espressioni d’amore più appassionate della letteratura americana: «To own a Susan of my own is of itself a Bliss —” («Avere una Susan di mia proprietà. È di per sé Beatitudine —»). Susan non era solo un’amica affezionata, ma anche un riferimento amoroso prediletto e un’interlocutrice intellettuale privilegiata. Emily le destinò centinaia di poesie e un assiduo numero di lettere, più che a qualsiasi altra persona, cercando il suo parere e la sua approvazione ogni volta. Susan, donna colta e letterata, era considerata come una prima lettrice e critica del suo lavoro, colei che la incoraggiava e le forniva un prezioso feedback per ciò che scriveva.
Martha Nell Smith e Ellen Louise Hart – curatrici di Open Me Carefully: Emily Dickinson’s Intimate Letters to Susan Huntington – hanno messo in luce quanto il rapporto tra Emily e Susan sia stato deliberatamente minimizzato o distorto dai primi editori delle opere di Dickinson. In realtà, le lettere e le poesie che Emily ha dedicato a Susan rivelavano un legame che trascendeva le categorie convenzionali dell’amore romantico o dell’amicizia («Ho bisogno di te, Susie, sempre di più, e così sarà, finché esisterò —»), descrivendo piuttosto una relazione profonda e speciale, fatta di ammirazione e confidenza.
Anche se la natura esatta del loro rapporto rimane ancora oggi oggetto di dibattito, ciò che appare indiscutibile è che Susan ha rappresentato per Emily un ancoraggio emotivo fondamentale. Il loro legame è durato per tutta la vita, nonostante tensioni e periodi di allontanamento – «[…] Ma quando tu mi incontrerai e io ti incontrerò, proveremo a perdonarci a vicenda» – Alla morte di Emily nel 1886, è stata Susan a vestirla per la sepoltura, posizionando nella bara violette di campo e un eliotropio, simboli di fedeltà e devozione eterna, ed è sempre stata Susan a dedicarle un commovente necrologio.
La morte di Miss Emily Dickinson, figlia del defunto Edward Dickinson, sabato ad Amherst, è un altro triste momento nella piccola cerchia vissuta così a lungo nella dimora di questa antica famiglia. Essa fu a lungo risparmiata dalla morte, e a chi la frequentava rammentava i vecchi tempi, quando genitori e figli crescevano e invecchiavano insieme, con una vita senza particolari scossoni e non segnata da crisi di gioia e dolore. Molto pochi in paese, salvo fra gli abitanti di più lunga data, conoscevano Miss Emily personalmente, sebbene la sua reclusione e la sua vivacità intellettuale fossero ben conosciute ad Amherst. […] Acuta ed eclettica nei suoi gusti letterari, setacciava biblioteche da Shakespeare a Browning; veloce come una scintilla elettrica nelle sue intuizioni e analisi, s’impadroniva del nocciolo istantaneamente, quasi impaziente con le parole che dovevano esternare quella rivelazione. Per lei la vita era ricca, e tutta irraggiata da Dio e dall’immortalità Non aveva un credo, nessuna fede precostituita, a malapena conosceva i nomi dei dogmi, percorse la vita con la leggerezza e la reverenza degli antichi santi, con il passo fermo dei martiri che cantano mentre soffrono. […]
Gli ultimi anni della vita di Emily Dickinson sono stati segnati da diversi e dolorosi lutti: la morte del padre nel 1874, della madre nel 1882 e del nipotino Gilbert nel 1883. La sua salute ha cominciato a deteriorarsi anche a causa di questi colpi infausti e dopo una lunga malattia – probabilmente una nefrite -, è morta il 15 maggio 1886, all’età di 55 anni. È stata sepolta nel West Cemetery di Amherst e la sua epigrafe recita semplicemente “Called Back” (“Richiamata”), espressione ripresa da una delle sue ultime lettere alle cugine Louise e Frances Norcross.
Un elemento che contraddistingue la figura di Emily Dickinson è sicuramente il suo viscerale legame con la natura. Differentemente dall’immagine stereotipata della reclusa distaccata dal mondo, Emily era un’osservatrice meticolosa dell’ambiente naturale che la circondava. Il giardino della Homestead, che coltivava e custodiva personalmente con grande cura, costituiva un microcosmo che le permetteva di studiare i cicli vitali, la bellezza, ma anche la “crudeltà” del creato. La sua conoscenza botanica era notevole. Durante l’adolescenza, compose un erbario contenente quasi 400 specie di piante, classificate scientificamente e con estrema passione: Herbarium che si può attualmente consultare sul sito della Houghton Library di Harvard, in The Emily Dickinson Collection.
La scelta, il metodo per conservarli, come disporli sulle pagine del quaderno, le accurate didascalie, la possibilità di fermare la loro fioritura. Non sono vivi, non sono morti. La sua perizia attenzione colpiscono, fanno esercizio per imparare poi a scegliere con la stessa cura le parole giuste per i suoi versi.
Fiori, insetti, uccelli e fenomeni atmosferici erano osservati da Dickinson con occhio quasi clinico, e simultaneamente trasfigurati in potenti metafore dell’esperienza umana. Per lei, la natura non era semplicemente un oggetto di contemplazione estetica, ma un linguaggio attraverso cui esplorare le grandi questioni dell’esistenza. Da un lato, Emily riconosceva la bellezza e l’armonia della dimensione naturale; dall’altro, non ne ignorava anche gli aspetti più inquietanti. Nelle sue poesie, il passare delle stagioni diventava simbolo della dicotomia tra nascita e morte; il comportamento degli insetti illustrava dinamiche sociali e psicologiche; uccelli e fiori incarnavano aspirazioni spirituali. Insomma, il suo sguardo verso il mondo era complesso e sfaccettato tanto quanto il mondo a cui si rivolgeva. Nelle poesie dedicate ai fiori, Emily ha spesso espresso un’identificazione profonda. Il suo famoso verso «I’m Nobody! Who are you?» («Io sono Nessuno! Tu chi sei?») rispecchia perfettamente la sua predilezione verso tutto ciò che era piccolo e apparentemente insignificante, che però nella sua poetica acquisiva enorme dignità e importanza.
Lo stile della sua poesia – per alcuni innovativo, per altri semplicistico – ha segnato la storia della letteratura americana. L’uso non convenzionale della punteggiatura, dall’impiego delle maiuscole alla straordinaria economia linguistica, è stato talmente rivoluzionario che i primi editori delle sue opere postume si sentirono in dovere di “normalizzarlo”, facendo però l’errore di alterare significativamente i suoi testi. Anche il trattino (dash), che appare con molta frequenza nei suoi versi, diventa uno strumento polivalente: indica pause, connessioni inaspettate e cambi di direzione del pensiero. Lungi dall’essere un semplice vezzo stilistico, riflette piuttosto una visione del mondo in cui le connessioni logiche sono spesso sostituite da salti intuitivi e associazioni impreviste. Lo stesso si potrebbe dire per le maiuscole: usate soprattutto per elevare concetti astratti al rango di entità concrete o personificate.
La morte è un tema piuttosto ricorrente nei suoi versi, affrontato con una franchezza sorprendente per l’epoca vittoriana. Non solo nel suo significare una perdita, ma anche come “rigenerazione” e immortalità («Questo mondo non è la conclusione. / C’è un seguito al di là –»). E poi l’amore, esplorato in tutte le sue sfaccettature: dal desiderio fisico alla comunione spirituale, dalla gioia dell’unione al dolore della separazione. In questo ambito, molte delle poesie più intense sono quelle che molti ritengono dedicate a Susan Gilbert. Tutto questo, però, senza dimenticare anche quella ricerca spirituale che Emily Dickinson indagò e sviluppò proprio nel suo complesso dialogo con la religione, tra presenza e silenzio.
Dopo la morte di Emily nel 1886, la sorella Lavinia scoprì numerosi fascicoli di poesie accuratamente cuciti e conservati in un cassetto. Determinata a far conoscere l’opera della sorella, affidò i manoscritti a Mabel Loomis Todd e Thomas Wentworth Higginson, che pubblicarono una prima raccolta nel 1890. Questo volume, pur pesantemente editato per conformarsi alle convenzioni poetiche del tempo, riscosse un discreto successo. Seguirono altre due raccolte (nel 1891 e nel 1896), sempre curate da Todd e Higginson, che continuarono nel lavoro di “riordino” dei suoi testi. La punteggiatura non convenzionale fu standardizzata, le maiuscole irregolari furono corrette, i versi più audaci furono modificati o omessi, le poesie dedicate a Susan Gilbert furono reindirizzate a destinatari maschili fittizi, creando il mito di un amore non corrisposto per un uomo ignoto. Nonostante queste alterazioni, la potenza poetica di Dickinson cominciò ad affermarsi: dapprima come un sussurro, poi come voce femminile inconfondibile. All’inizio del XX secolo, mentre il modernismo rivoluzionava la letteratura angloamericana, critici e poeti cominciarono a riconoscere in Emily Dickinson una sorprendente precorritrice. Questo riconoscimento culminò negli anni Settanta e Ottanta, quando la critica femminista le attribuì un’importanza fondamentale, offrendo nuove interpretazioni alla sua opera e mettendo in luce il suo ruolo pionieristico in un panorama letterario dominato perlopiù da uomini.
L’isolamento volontario di Emily Dickinson, un tempo letto come eccentricità o rinuncia, assume oggi un significato nuovo. In un’epoca di iperconnessione e sovrastimolazione, la sua scelta di ritirarsi in uno spazio privato e silenzioso per coltivare la scrittura appare quasi profetica. Ha insegnato il valore della solitudine creativa, del silenzio come forma di ascolto profondo, della distanza come possibilità di visione. Proprio come ha scritto lei stessa: «Forever — is composed of Nows —». Le sue parole, scritte in una stanza appartata di Amherst, ricordano che l’eternità si costruisce nell’intensità del presente. E che, forse, è proprio nel silenzio che possiamo ascoltarle davvero.
BIBLIOGRAFIA
Dickinson, E. Lettere.
Dickinson, E. Poesie.
Centovalli, B. (2024). Nella stanza di Emily. La Tartaruga.

