L’amore può salvare il mondo, dicono. E forse è vero, quando nasce libero, quando si nutre di rispetto, quando accompagna e non trattiene. L’amore che salva è quello che non pretende di essere perfetto, ma che accoglie l’altro per ciò che è, per chi vuole diventare. Ma l’amore può anche graffiare. Può lasciare segni invisibili che bruciano più delle ferite aperte. Quando diventa sacrificio imposto, quando si piega alle convenzioni o alle paure. E quando chiede di rinunciare a se stessi per essere quello che vogliono gli altri, allora smette di essere amore e diventa gabbia.
L’amore graffia il mondo (Mondadori) di Ugo Riccarelli si posiziona lì, in quel confine tra ferita e carezza, e si muove come un fiume lento attraverso il Novecento italiano, raccontando con delicatezza la vita di Signorina e delle altre figure, femminili e non, che popolano la narrazione. Le epigrafi che aprono il libro – di Federico García Lorca e Vincenzo Cardarelli – anticipano involontariamente la visione ambivalente dell’amore che permea tutta l’opera: forza salvifica e al contempo distruttiva, che molte volte lacera invece di proteggere. Quest’opera, premiata con il prestigioso Premio Campiello (assegnato postumo, considerando che Riccarelli è scomparso il 21 luglio prima della cerimonia di premiazione), si distingue per una prosa evocativa che affonda le radici nella migliore tradizione letteraria italiana.
Già dalle prime pagine si intuisce la maestria dell’autore nel creare immagini potenti: la casa dei ferrovieri “piantata in mezzo a un fascio di binari”, la nebbia “densa come l’orzata”, e la nascita di Signorina che coincide con l’arrivo della locomotiva 640, soprannominata “Signorina” proprio per la sua eleganza. Il destino della protagonista sembra così intrecciarsi, fin dalla nascita, con quello dei treni e dei loro tragitti, simbolo di partenze e di cambiamenti.
Il primo incontro della piccola Signorina con il mondo esterno – quando incontra lo straniero che trasforma con un gesto magico e gentile il vestito della sua bambola – è il preludio di qualcosa che cambierà la sua vita e la segnerà profondamente. Questa scena racchiude già molti dei temi che attraverseranno il romanzo: la curiosità femminile verso il mondo, la bellezza che può nascere da incontri inaspettati, la gentilezza come forma di comunicazione e come modo di porsi, anche a costo di sembrare quello che non si è.
Riccarelli costruisce un affresco storico che sembra quasi raccontare l’emancipazione femminile, ma alla fine si perde negli angoli bui della Storia e resta sospeso in un limbo. Le donne del romanzo, pur con le loro piccoli ribellioni e i tentativi di autodeterminazione, sembrano sempre dover scegliere tra la realizzazione personale e gli affetti, come se le due dimensioni fossero incompatibili e inconciliabili. Eppure, la necessità di femminismo si sente. Le figure femminili del libro subiscono più che agire, e anche quando prendono decisioni coraggiose, queste sembrano sempre accompagnate da un senso di colpa o da conseguenze dolorose.
«Ora è bene che impari a occupare il tuo tempo» le disse, «cosicché tu non abbia la tentazione di ripetere le prodezze con cui tua sorella s’è trasformata in una poco di buono per tutto il paese.»
La prosa di Riccarelli è indubbiamente raffinata, ricca di metafore e descrizioni evocative che dipingono con maestria l’Italia del Fascismo, della guerra e anche del periodo post-bellico. Particolarmente straziante è la descrizione del bombardamento che distrugge il paese, un’immagine non tanto lontana dai ricordi raccontati dai nostri nonni e soprattutto dagli avvenimenti che stanno vessando il mondo di oggi. Nonostante siano passati anni dai fatti narrati nel libro, la sensazione è quella non essersi mai veramente spostati, di non aver imparato dagli errori, di vivere ancora – anche se in una forma mutata – quei tempi problematici e nebulosi.
Così s’arrestò sulla sommità e si girò a guardare indietro e allora vide come le bombe che cadevano dal cielo se ne infischiavano dei giochi dei bambini e dei balli, del muretto vicino alla chiesa e del casotto dell’Armida che era stato anche la casa di Milio, della discesa prima del canale e dei tavolini di metallo del caffè, non gli importava nulla della chiesa e del municipio, del macellaio, del panettiere, della rotonda dove si fermava la corriera che andava e veniva dal Belvedere, perché stavano facendo a pezzi la stazione e i binari, la casa della Rosa sopra alla posta e la sartoria che adesso aveva i muri aperti come una vecchia ciabatta, la via verso la roggia illuminata a giorno dalla scuola in fiamme, e forse anche l’Armida, che era ormai un puntino bianco galleggiante in quel mare di fuoco, e allora sperò di essere la moglie di Lot trasformata in una statua di sale, immobile e fissa, senza nessun pezzo di vita dentro, nessun dovere di essere una donna e nessuna emozione nel guardare per sempre le rovine del paese che lei aveva amato.
Il destino di Signorina esprime appieno una condizione tra potere e dovere: sogna di fare la sarta, ma gli eventi – prima la sua famiglia, poi le difficoltà economici del marito e infine il figlio con problemi di salute – la allontanano sistematicamente dal suo sogno. Il suo altruismo, anziché essere premiato, la porta a un crollo fisico ed emotivo che nel libro viene descritto come un “ingiusto tributo da pagare per la sua generosità”.
Appoggiata alla ringhiera, dunque, Signorina imbastiva il suo avvenire, lo trapuntava con il filo forte del desiderio e dell’ottimismo, ma per ben due volte fu obbligata a disfare i punti sul tessuto dei suoi giorni futuri.
L’egoismo, in un certo senso, può diventare uno strumento di realizzazione personale. Nei rari momenti in cui i personaggi femminili scelgono sé stesse – come quando Signorina dimostra la sua curiosità infantile esplorando la stazione nonostante i divieti – riescono a trovare una forma di libertà. Ma il romanzo non celebra mai pienamente queste scelte, lasciando sempre un’ombra di dubbio, come se l’autore volesse far capire che la Storia ancora non è pronta per la legittimità di alcune prese di posizione.
La narrazione, pur toccante nei suoi momenti più intensi, sembra non prendere mai una posizione netta, oscillando tra la celebrazione della forza femminile e una visione più tradizionale dei ruoli di genere, limitando l’orizzonte delle donne alle necessità pratiche e alle decisioni patriarcali. Anche quando Ada si ribella apertamente alla reazione aggressiva del padre – esclamando “Voi che vi fate grande battendo le donne siete più fascista di lui!” – la sua resistenza rimane comunque un gesto isolato, non l’inizio di una reale emancipazione, che si scontra con la sottomissione al marito e la convinzione di poterlo cambiare. Il regime fascista diventa così metafora della violenza patriarcale, della “bestia [che] aveva azzannato le cose e le persone”, sia nella dimensione pubblica che in quella privata.
L’amore graffia il mondo è un romanzo che commuove e invita alla riflessione, ma che sembra mancare di quel coraggio narrativo capace di renderlo un’opera davvero dirompente sulla condizione femminile. Forse, però, è proprio questo il suo intento: suggerire il valore di un “egoismo sano” che spinga a inseguire i propri sogni, anche a costo di sfidare le aspettative sociali – un messaggio potente, ma che per Signorina arriva tardi, lasciando dietro di sé il retrogusto amaro delle occasioni perdute e dei sacrifici che si sarebbero potuti evitare.
4/5
PAROLE CHIAVE
Amore: L’amore è il fulcro tematico del romanzo: ambivalente, salvifico e distruttivo al tempo stesso. La recensione sottolinea come l’amore vero sia quello che libera e accoglie, mentre quello che impone sacrifici o si piega alle aspettative sociali diventa una “gabbia”. È un sentimento che può guarire, ma anche ferire profondamente.
Femminilità: La narrazione ruota attorno a figure femminili forti ma costrette in ruoli subordinati. La protagonista, Signorina, e le altre donne del romanzo vivono un’esistenza segnata da desideri soffocati e scelte difficili. Il romanzo si muove tra rappresentazione e critica della condizione femminile, facendo emergere il bisogno (spesso frustrato) di autodeterminazione.
Sacrificio: Il tema del sacrificio, soprattutto femminile, attraversa l’intera vicenda. Signorina rinuncia più volte ai suoi sogni per gli altri, senza che questo venga ricompensato. La recensione parla di un “tributo ingiusto”, evidenziando una critica sottile alla retorica del sacrificio come valore assoluto.
Storia: Il contesto storico – il Novecento italiano, tra fascismo, guerra e dopoguerra – non è solo sfondo, ma elemento attivo che modella i destini. Le descrizioni evocative dei bombardamenti e delle atmosfere d’epoca amplificano il senso di fragilità dei personaggi, e rendono la narrazione un affresco storico-emotivo.
Emancipazione: Il romanzo suggerisce più che affermare la possibilità di una libertà femminile. Le ribellioni delle protagoniste, seppur significative, non portano mai a una vera liberazione. La recensione mette in luce questa tensione irrisolta, come una denuncia sommessa dell’impossibilità, ancora oggi, di un pieno riconoscimento dell’autonomia femminile.
PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: L’amore graffia il mondo
Autore: Ugo Riccarelli
Editore: Mondadori
Lunghezza: 221 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: È come se portasse il destino nel nome. Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l’ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento. Potrebbe diventare una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà, la guerra… È così che Signorina rinuncia a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando anche lei si scopre donna e conosce l’amore, il sogno dura troppo poco, sopraffatto da doveri, fatiche e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato. Ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione… “L’amore graffia il mondo” è il ritratto appassionante di una donna più forte delle proprie fragilità e del vento della storia, ma è anche la saga di una grande famiglia, l’epopea dell’amore viscerale e della speranza più visionaria. Ed è la celebrazione della forza dell’immaginazione: perché bastano pochi semplici gesti per vestire di bellezza il mondo.
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