Una favola contemporanea che intreccia la passione per la lettura e la cruda realtà della guerra: Il libraio di Gaza di Rachid Benzine è l’ennesima dimostrazione che i libri possono salvare, soprattutto quando tutto sembra perduto.
Non hai ancora acceso la macchina fotografica, per non sciupare un momento perfetto. In questa scena c’è tutto. Tutto quello che Gaza è diventata. Un vecchio libraio ancora aggrappato ai suoi libri, che legge a due passi dalle rovine, come se le parole potessero salvarlo dal frastuono, dalla sofferenza, dalla morte lenta della città.
Nabil è un custode del tempo in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, o peggio, andare all’indietro. Mentre Gaza viene ridotta in pezzi, lui preserva ciò che parla di futuro e di passato: i libri, testimoni di vite già vissute e promesse di vite ancora possibili. La sua ostinazione non è quella di chi nega la realtà, ma di chi rifiuta che la guerra abbia l’ultima parola. Ogni libro letto, regalato, salvato è un atto contro l’oblio. È il modo di Nabil di dire: “noi eravamo qui, siamo ancora qui, e continueremo a esserci”.
La storia è speranza pura. Racconta l’amore per l’altro e per i libri come atto di resistenza, come gesto di umanità in mezzo al caos. In ogni pagina si respira la forza di chi continua a credere nel potere trasformativo della cultura anche quando il mondo intorno crolla. La guerra è dolorosa, porta perdite e riduce in pezzi, eppure la forza dell’umanità e della cultura sopravvive anche nell’orrore, ricordando che la dignità e la bellezza, se si vuole, possono fiorire ovunque, anche in mezzo alle macerie.
Questa mattina il cielo è di un azzurro così puro che sembra irreale. Ma la purezza è sempre ingannevole. Non appena sorge, il sole rischiara Gaza con una violenza che annienta ogni forma.
La polvere che più volte compare nella trama evoca quella di Furore di Steinbeck, quella che segna la povertà e la morte, che trasforma i sogni in terribili incubi. È una polvere che non si deposita solo sulle cose, ma anche sulle speranze, soffocandole. Eppure, proprio in quel paesaggio di devastazione, come anche in Il libraio di Gaza, emerge qualcosa di inaspettato: la tenacia di chi non si arrende.
La polvere, ancora e sempre, ricopriva gli abiti, i volti, e anche i sogni di tutti quei naufraghi. L’unica aspirazione dei nostri genitori: rientrare nelle loro case. La speranza di un ritorno nei villaggi li teneva in vita. Ma con il passare del tempo, iniziavano a capire che era un miraggio, in quel deserto.
Benzine usa la polvere esattamente come Steinbeck: non è solo un “elemento atmosferico”, ma una metafora esistenziale e simbolica. In Furore, le strade polverose dell’Oklahoma seppelliscono il sogno americano dei contadini, costringendoli a migrare verso una California che si rivelerà altrettanto ingannevole. A Gaza, la polvere ricopre tutto – abiti, volti, sogni – cancellando la distinzione tra dentro e fuori, tra materiale e spirituale, perché la guerra – purtroppo, e in maniera inesorabile – invade ogni dimensione della vita.
Nabil legge («Divorava quei pezzi di carta come un affamato […]») e regala libri. Li salva dalle bombe, e salvandoli salva le persone. La sua libreria non è solo un punto di ritrovo fra le case in macerie, ma una luce nell’oscurità della guerra, uno spazio in cui ritrovare se stessi e il senso della propria umanità. Per certi versi, quello che fa ricorda Guy Montag in Fahrenheit 451: stessa urgenza, stessa necessità di preservare la memoria e l’umanità, ma cornici narrative diverse. Quella descritta da Benzine è terribilmente reale; quella raccontata da Bradbury è distopica, ma non per questo meno verosimile.
Il gesto di Nabil di condividere i libri diventa un atto politico e profondamente umano. Ogni libro salvato è una promessa di futuro, un modo per dire che la cultura non è un lusso per tempi di pace, ma una necessità vitale, soprattutto nei momenti più bui. I libri «lacerano tutti i silenzi»: sono ponti tra chi siamo e chi potremmo ancora diventare.
Sognava di essere un medico, un avvocato, forse anche un professore. Qualcuno che avesse la conoscenza e il potere per cambiare le cose. Non voleva identificarsi con il campo. Ogni riga che leggeva, ogni esercizio che riusciva a fare era un modo per sfuggire ai confini di quella terra maledetta, per sottrarsi a quei limiti.
Il libraio di Gaza non è solo un libro sulla guerra o sui libri: è una testimonianza di come l’amore possa essere l’arma più potente contro la distruzione. È un invito a ricordare che la letteratura può essere rifugio, ponte tra le persone e simbolo di salvezza. Una lettura che resta nel cuore e che fa riflettere sul valore profondo delle storie come strumento di sopravvivenza e resilienza. «Leggi. Leggi tanto da impazzire. Ma leggi, fratellino, leggi»: non si tratta di un invito pacato alla lettura come passatempo o evasione, ma un comando appassionato, quasi disperato. Perché, in fondo, leggere significa restare umani, restare vivi dentro, anche quando fuori tutto crolla.
Alcuni dei libri e degli autori che compaiono nella trama: La condizione umana di André Malraux; Victor Hugo; Amleto di Shakespeare; Omar Khayyam; Se questo è un uomo di Primo Levi; I dannati della terra di Frantz Fanon; Il vecchio e il mare di Hemingway; Umberto Eco; Doris Lessing; Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.

