Luci alle finestre, cuore greve: Walter Benjamin racconta il Natale

L’attesa del Natale ha un sapore unico quando si è bambini. Quel misto di meraviglia e impazienza, che rende le giornate prima della Festa eterne e magiche al tempo stesso. Walter Benjamin lo sapeva bene, e in un frammento della sua Infanzia berlinese (1950) ce lo restituisce con una delicatezza straordinaria, riportandoci nella Berlino dei primi del Novecento, in quella sensazione sospesa tra realtà e sogno.

Ma chi era Walter Benjamin? Un pensatore dall’animo sfuggente, difficile da catalogare. La sua opera attraversa confini: filosofia, critica letteraria, riflessione politica. Nato proprio in quella Berlino borghese che rivive nelle sue pagine, Benjamin ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni tragiche del suo tempo. È stato costretto all’esilio dal Nazismo e ha scelto – disperatamente, tragicamente – di togliersi la vita nel 1940 al confine tra Francia e Spagna, mentre cercava di raggiungere gli Stati Uniti. Infanzia berlinese, scritto lontano da casa tra il 1932 e il 1938, è molto più di un’opera di memoria: è un ultimo, struggente saluto a quel mondo che sapeva ormai perduto per sempre. Un addio a un’infanzia, a una città, a un’epoca che non sarebbe più tornata.

Nonostante questo, Benjamin non si abbandona alla nostalgia. Il suo sguardo è acuto, capace di tenere insieme sia la meraviglia sia le ombre che si addensano sulla vita. L’albero di Natale, qui, smette di essere solo un simbolo festivo e diventa un’epifania fugace, una «costellazione inattingibile» che si accende nelle finestre buie. Porta con sé la promessa della gioia, ma anche la consapevolezza dolorosa della solitudine altrui. Quello che rende questo brano così straordinario è proprio questo: la capacità di trattenere insieme lo sguardo del bambino – con la sua attesa vibrante, quasi insostenibile – e quello dell’adulto che ricorda, che sa come quella felicità fosse intrecciata alla miseria dei quartieri poveri, alla distanza tra chi ha e chi non ha, al dissolversi (inevitabile) di ogni incanto.

In questa memoria Benjamin ci lascia una delle riflessioni più profonde sulla natura dell’infanzia: quella soglia misteriosa in cui la felicità più sicura convive con un «cuore greve», in cui l’angelo si annuncia per poi svanire subito dopo, lasciandoci soli davanti alla gloria effimera dell’albero.

Gli alberi davano il via. Un mattino, ancor prima che cominciassero le vacanze, i silvestri sigilli costellavano gli angoli delle strade e sembravano stringere d’ogni canto la città come una gigantesca confezione natalizia. Ma poi un bel giorno essa esplodeva e riversava dal suo grembo giocattoli, noci, paglia e addobbi per l’albero: il mercato di Natale. Insieme a loro però anche qualcos’altro faceva la sua comparsa: la miseria. Come infatti sul rituale piatto natalizio potevano figurare, accanto al marzapane, mele e noci abbellite da qualche orpello, allo stesso modo nei quartieri più ricchi si potevano incontrare dei poveri con nastrini d’argento e candele variopinte. I ricchi però mandavano avanti i loro bambini per comperare da quelli dei poveri pecorelle lanute o per distribuire elemosine, che essi per pudore non consegnavano direttamente. Nel frattempo sulla veranda già aveva preso posto l’albero, che mia madre aveva comperato in segreto e aveva fatto portare in casa dalla scala di servizio. E ancor più meraviglioso di tutto ciò che gli avrebbe conferito la luce delle candele era il vedere come la festa imminente si intessesse ogni giorno più fittamente tra i suoi rami. Nei cortili facevano la loro comparsa gli organini a dilatare con le loro nenie l’ultima attesa. E ciò nondimeno anch’essa finalmente era consumata, e veniva va di nuovo uno di quei giorni di cui qui ancora ricordo i più remoti. Aspettavo nella mia stanza fin che arrivavano le sei. Nessuna festa della vita adulta ha esperienza di quest’ora, che vibra nel cuore del giorno come un dardo. Era già buio, e tuttavia non accendevo la lampada per non distogliere lo sguardo dalle finestre sul cortile dietro le quali si accendevano ora le prime candele. Di tutti gli istanti di cui è intessuta l’esistenza dell’albero di Natale, il più arcano è quello in cui esso immola all’oscurità rami ed aghi, per non essere null’altro che una costellazione inattingibile e tuttavia vicina nella buia finestra di un appartamento. E però, mentre qua e là qualche altra costellazione si accendeva allegra dietro una finestra ritardataria, ed altre invece seguitavano a rimanere oscure, ed altre, ancor più desolate, languivano nella luce a gas di tutte le altre sere, mi sembrava che queste finestre natalizie racchiudessero in sé la solitudine, la decadenza e lo stento: tutto ciò di cui la povera gente taceva. Poi di nuovo mi sovvenivo della cerimonia dei doni che i miei genitori stavano preparando. Ma non appena mi ero staccato dalla finestra, con il cuore greve come soltanto lo rende l’aspettazione di una felicità sicura, avvertivo nella stanza una presenza straniera. Non era che un brivido nell’aria, così che le parole che si formavano sulle mie labbra sembravano le increspature con cui una vela immota risponde improvvisamente ad una fresca brezza. 

Ogni anno viene il giorno

In cui il bambin Gesù

In terra fa ritorno

Tra gli uomini quaggiù

Con queste parole l’angelo, che in loro s’era appena annunciato, s’era anche subito dileguato. Ma non indugiavo per molto nella stanza vuota. Ero atteso in quella di fronte, dove ora l’albero splendeva in quella gloria che me lo rendeva straniero, sino a che, mutilato dello zoccolo, abbandonato nella neve o grondante di pioggia, esso concludeva la festa là dove un organino l’aveva aperta.

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