Il Premio Nobel 2024 per la Letteratura è andato alla scrittrice sudcoreana Han Kang «per la sua prosa poetica intensa che si confronta con traumi storici e rivela la fragilità della vita umana». Nata nel 1970 a Gwangju, esordisce nel 1993 come poetessa e poi, due anni dopo, pubblicando una raccolta di racconti. Han Kang – prima donna asiatica a ricevere il riconoscimento – è una delle voci più potenti della letteratura sudcoreana. La vegetariana le è valso il “Man Booker International Prize” nel 2016. Il libro ruota attorno alla decisione di una donna di smettere di mangiare carne: un atto che diventa un simbolo di ribellione contro le aspettative della società e della famiglia, trasformando il corpo in un vero e proprio strumento di resistenza.

L’ora di greco, pubblicato nel 2011, segue la storia di due protagonisti: una donna che ha smesso di parlare a causa di un trauma personale e un insegnante di greco che sta lentamente perdendo la vista. Entrambi sono intrappolati nelle loro sofferenze fisiche e mentali, incapaci di comunicare pienamente con il mondo intorno a loro. La lingua greca diventa in questo contesto uno strumento di connessione tra loro: sia l’opportunità di una nuova comprensione sia un pretesto per riflettere sulla perdita e l’intimità.
In un altro dei suoi lavori più acclamati, Atti umani (2014), Han Kang si confronta con la memoria collettiva del massacro di Gwangju del 1980, un evento storico doloroso che ha segnato profondamente la realtà del suo paese d’origine. Il romanzo – che le ha fatto vincere il Premio Malaparte – è un mosaico di voci capaci di riflettere sul trauma e sulla brutalità della violenza, ma anche un grido di dignità e potenza per chi non si arrende.
«Dando voce alle vittime della storia – ha osservato Olsson, presidente del comitato per il Nobel – Khang scrive un romanzo di testimonianza, ma il suo stile, visionario e succinto, devia da quelle che sono le aspettative di tale genere, per esempio utilizzando un espediente che permette alle anime dei morti di separarsi dai loro corpi e assistere alla loro annichilazione. In alcuni momenti, per esempio quando descrive i corpi non identificabili che non possono essere seppelliti, il testo riporta all’Antigone di Sofocle».
Un altro libro, forse meno noto ma comunque meritevole di attenzione, è The White Book (2018), non ancora tradotto in italiano. Il romanzo, profondamente poetico, è strutturato attorno a brevi meditazioni su oggetti di colore bianco, capaci di trasformarsi in simboli di purezza, lutto e rinascita. Una profonda riflessione sulla vita e la morte, ispirata alla persona che avrebbe potuto essere sua sorella maggiore se non fosse morta due ore dopo la nascita.
Con We Do Not Part (2021), come già aveva fatto con Atti umani, Han Kang ritorna a esplorare un momento storico-politico di grande rilevanza per la Corea del Sud: il massacro dell’isola di Jeju. Tra il 1948 e il 1949, durante la repressione di un’insurrezione contro il governo sudcoreano, decine di migliaia di persone furono uccise, molte delle quali civili, in quello che è oggi ricordato come uno dei capitoli più oscuri della storia coreana del dopoguerra.
Il suo stile narrativo – improntato a esplorare la fragilità umana, l’empatia e le relazioni interpersonali – si distingue per la capacità di affrontare temi profondi e impegnativi con una scrittura essenziale ma ricca di simbolismi. Le sue opere riescono a toccare corde universali, pur rimanendo in qualche modo ancorate al contesto storico e culturale della Corea del Sud. Han Kang non offre analisi semplici: non ha risposte definitive o giudizi sui temi complessi che affronta nei suoi romanzi, ma invita costantemente il lettore a riflettere sulla natura multisfaccettata dell’essere umano. Le sue opere, in Italia, sono state pubblicate per Adelphi.

