Se l’universo brillante e mondano di Bridgerton e l’ironia arguta di Orgoglio e pregiudizio avessero un figlio “di carta”, il risultato sarebbe probabilmente Una zitella d’oro (uscito per Mondadori proprio quest’anno). Tra balli, rigide convenzioni sociali, dialoghi frizzanti e una protagonista tutt’altro che disposta a sacrificare la propria libertà sull’altare del matrimonio, Rebecca Quasi costruisce un romance storico dal fascino classico, ma animato da una sensibilità straordinariamente moderna. Una storia leggera e romantica (come i romanzi rosa sanno essere), capace però di raccontare con intelligenza l’indipendenza femminile, il peso delle etichette e il coraggio necessario per scegliere una vita diversa da quella che la società ha già scritto.
Miss Cecily Higgins affronta il mercato matrimoniale dell’Inghilterra vittoriana con lo stesso metodo con cui si conduce un esperimento: osserva – consapevole di non possedere né una grande dote, né la bellezza richiesta dalla società – e poi “prende appunti” agendo di conseguenza. I suoi piani vengono però scompigliati da un valzer con Miles Guilford, duca di Wessex, che la invita a ballare per una scommessa. Quello che potrebbe sembrare un gesto innocuo, anziché favorirla, finisce per compromettere definitivamente le sue possibilità di trovare marito. Insomma, un inconveniente non da poco.
Quando i due si incontrano nuovamente, anni dopo, Cecily non è più la ragazza impacciata che cercava di adeguarsi alle aspettative altrui. Ha abbandonato la stagione delle feste, amministra con competenza la tenuta di famiglia e (soprattutto) ha costruito una vita che sente le appartiene davvero. Oltre a questo, Cecily ha trovato nella scrittura uno spazio di libertà tutto suo. Pubblica romanzi sotto pseudonimo – un dettaglio meraviglioso, che mi ha ricordato autrici come Jane Austen e le sorelle Brontë, costrette a celare la propria identità per essere lette senza pregiudizi – e conquista così un pubblico ignaro di chi si nasconda davvero dietro quelle storie. Per lei, scrivere non è soltanto una passione, ma una forma concreta di indipendenza, conquistata con fatica e difesa fino alla fine. Cecily può essere letta e apprezzata da tutti, ma per ottenere questo “privilegio” deve rinunciare al proprio nome: perché una donna apertamente ambiziosa e creativa rappresenta, purtroppo, una minaccia per l’ordine sociale.
Essere considerata una “zitella” per lei non è affatto una sconfitta, ma la condizione che le permette di vivere e lavorare secondo le proprie regole. Miles, inizialmente, incarna proprio la tipica persona che può trattare la vita altrui come un gioco senza comprendere che ogni azione ha inevitabilmente anche delle conseguenze. Ritrovando Cecily, però, quello che vede è una donna che non ha alcuna intenzione di farsi abbagliare dal titolo o dalla promessa di una posizione prestigiosa, come invece potrebbe fare qualcun’altra. È nei loro battibecchi (e anche nel tentativo di respingersi) che il romanzo alza l’asticella: da una parte Cecily parla senza compiacere troppo; dall’altra Miles accetta la situazione, e l’attrazione tra i due si trasforma in una complicità sempre più evidente. Lui è affascinante e perseverante, ma deve soprattutto imparare che amare Cecily significa rispettare ciò che si è costruita andando controcorrente, non assorbirla semplicemente nella propria esistenza. Oltre a loro, anche i personaggi secondari contribuiscono alla vivacità della storia, accompagnando i protagonisti senza sottrarre loro spazio; una menzione particolare la merita Snooty, presenza irresistibile e capace di rendere ancora più affettuosi e divertenti diversi momenti del romanzo.
Che dire di più? Dietro la commedia romantica e la sua aura di leggerezza, Una zitella d’oro invita anche a riflettere su questioni che oggi forse si tende a dare fin troppo per assodate: le etichette da sempre imposte alle donne – prima fra tutte, la necessità di non eccedere e di rimanere entro i confini stabiliti per loro -, il matrimonio, eletto a unica forma di realizzazione possibile, il prezzo dell’autonomia femminile, a lungo concessa soltanto in funzione di quella maschile. La stessa parola “zitella”, nata per indicare quasi con disprezzo una mancanza, nelle mani di Rebecca Quasi si trasforma così in una vera e propria dichiarazione di indipendenza.
Nonostante i temi affrontati, alcuni “caldi” ancora oggi, questa rimane una storia profondamente romantica, di quelle che fanno credere che certe persone siano destinate, prima o poi, a ritrovarsi, proprio perché più simili di quanto credano. La lezione è una, ma importantissima: un lieto fine può dirsi davvero tale soltanto quando non obbliga a scegliere tra l’amore e la volontà di essere sé stesse. Cecily è una protagonista che non aspetta di essere salvata da qualcuno: ha già imparato a scrivere da sola il proprio destino. E forse è proprio questo il finale più bello.
Cecily fece un lungo sospiro prima di parlare.
Se pensava alla ragazza che aveva affrontato la prima stagione a Londra le sembrava di insultarla, di calpestare i suoi sogni, ma quella ragazza era stata sorpassata.
Il problema, Vostra Grazia, è che io non cerco un marito. Vi sembrerò sciocca, ingrata, stupida, forse anche offuscata nel discernimento dal recente colpo in testa, ma tra un marito e la mia indipendenza, scelgo l’indipendenza.
L’aveva detto.
Lei stessa non credeva alle proprie orecchie, ma aveva pronunciato quelle parole e non era pentita.
E voi, sareste disposti a rinunciare a una parte del vostro essere per amore, oppure credete che il vero amore, in quanto tale, debba lasciare liberi di essere ciò che si vuole? Se avete letto Una zitella d’oro, raccontatemi nei commenti cosa ne pensate; se invece vi ho incuriositi, aggiungetelo assolutamente alla vostra lista di lettura!

