“The Love Hypothesis”, dal libro al film: esperimento riuscito?

Quando esce un film tratto da un libro è sempre una tragedia (o almeno questo è ciò che si pensa ogni volta che viene annunciato l’adattamento di una storia particolarmente amata). La paura è sempre la stessa: personaggi irriconoscibili, scene fondamentali eliminate e sentimenti che, dopo aver occupato centinaia di pagine, vengono compressi in pochi minuti. Con The Love Hypothesis, però, la tragedia annunciata non si è consumata. Il film non restituisce ogni sfumatura del romanzo, ma riesce a conservarne il cuore, pur essendo in certi punti diverso.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dal romanzo. Ci sono libri che piacciono e poi ci sono quelli che fanno venire voglia di premere un pulsante impossibile: il reset della memoria, per poterli vivere nuovamente come se fosse la prima volta. The Love Hypothesis appartiene alla seconda categoria. Ali Hazelwood ha scritto una rom-com brillante, tenerissima e sorprendentemente intensa, capace di intrattenere con dialoghi ironici e, subito dopo, colpire con momenti pieni di vulnerabilità (come con la storia familiare di Olive).

La magia del romance sta soprattutto nel suo mix di trope: fake dating, grumpy/sunshine e prossimità forzata, il tutto all’interno di un ambiente accademico che non viene usato semplicemente come sfondo, ma diventa parte integrante della storia. Olive Smith è una dottoranda intelligente e capace, concentrata sulla propria ricerca contro il tumore al pancreas (lo stesso che le ha portato via la madre), ma anche piena di insicurezze umane e credibili. Non ha tempo per l’amore e, forse, non crede nemmeno che possa accadere proprio a lei.

Quando si rende conto che la sua migliore amica Anh prova qualcosa per Jeremy, il ragazzo che Olive frequentava, decide di dimostrarle di essere andata avanti. In uno di quei momenti assurdi che possono funzionare soltanto in una commedia romantica, bacia il primo uomo che incontra nel corridoio della sua facoltà. Naturalmente non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di Adam Carlsen (soprannominato Dottor Male): giovane professore temuto da tutti, apparentemente glaciale e un “grumpy” elevato all’ennesima potenza.

Il bacio è uno shock per entrambi, ma, invece di concludere tutto lì, diventa l’inizio di un accordo. Olive e Adam fingono di frequentarsi: lei vuole convincere Anh di non essere più interessata a Jeremy, mentre lui ha bisogno di dimostrare all’università di avere intenzione di restare, così da sbloccare i finanziamenti destinati alla sua ricerca. È una soluzione conveniente per tutti e due, almeno sulla carta.

Da qui parte una recita fatta di comportamenti pubblici sempre più intimi. Olive continua a ripetersi che Adam non potrebbe mai scegliere davvero una come lei: lui è troppo sicuro, troppo brillante, troppo importante, troppo tutto. Adam, invece, la osserva, la ascolta e la protegge attraverso gesti piccoli ma tenerissimi. Ricorda come prende il caffè, quali snack le piacciono e, soprattutto, prende sul serio il suo lavoro e le sue paure. Quando Olive dubita del proprio progetto sulla diagnosi precoce del tumore al pancreas, lui non la tratta mai con condiscendenza: la incoraggia perché crede davvero nel suo talento. Ed è questo, forse, l’aspetto più riuscito del suo personaggio. Hazelwood non rende Adam interessante soltanto perché è misterioso o affascinante, ma perché lo fa parlare poco e agire molto. E ogni volta che dice a Olive «Sei tremenda» diventa impossibile non adorarlo.

Naturalmente, il confine tra finzione e realtà comincia a spostarsi. Gli eventi pubblici, la vicinanza forzata e i momenti nei quali Adam mostra il suo lato più premuroso portano Olive a una conclusione inevitabile: lei non sta più fingendo, si sta innamorando sul serio. Per Olive, però, amare Adam significa esporsi al rischio di non essere scelta. È abituata a sentirsi sola e a pensare di non essere abbastanza. Adam, dal suo punto di vista, resta l’uomo che ha accettato quella relazione per convenienza. Il romanzo lavora così su una paura molto più universale del semplice timore di una delusione sentimentale: quella di non meritare le cose belle quando finalmente arrivano.

Accanto alla storia d’amore emerge anche una componente più dura, legata al mondo del lavoro, alle molestie e alla posizione delle donne nelle discipline STEM, ancora fortemente dominate dagli uomini. Olive si ritrova in una situazione vulnerabile, nella quale il suo futuro professionale potrebbe dipendere dal silenzio. Adam diventa importante non soltanto come fantasia romantica, ma anche come persona che le crede, la tutela e non minimizza ciò che le è accaduto.

È proprio allora che diventa evidente quello che si sospettava già da un po’: (anche) per lui non è mai stata soltanto una recita. O, comunque, ha smesso di esserlo molto prima di quanto Olive potesse immaginare. Nel romanzo si scopre che Adam provava qualcosa per lei fin dal loro incontro casuale nel bagno del dipartimento, quando Olive, con le lenti a contatto scadute e senza riuscire a vederlo, gli aveva parlato dei suoi timori e delle sue aspirazioni.

La scrittura di Ali Hazelwood ha un pregio raro: è frizzante senza essere vuota ed è romantica senza diventare melensa. I dialoghi scorrono velocemente, ma sotto l’ironia rimane sempre una tensione emotiva che mantiene vivo l’interesse. Il romanzo racconta l’amore, certo, ma anche la paura di fallire, la sindrome dell’impostore, il bisogno di essere creduti e il desiderio – quasi spaventoso e incredibile – di essere finalmente scelti.

Ebbene, dopo aver amato così tanto il libro, guardare il film diventa inevitabile quanto rischioso. L’adattamento, uscito il 23 settembre 2026 in esclusiva su Prime Video, è diretto da Claire Scanlon, scritto da Sarah Rothschild e interpretato da Lili Reinhart – per chi ha visto la serie, la Betty Cooper di Riverdale – e Tom Bateman – più attivo in ambito teatrale , rispettivamente nei ruoli di Olive e Adam.

Il film è molto bello, ma se si è letto il romanzo il paragone rimane implacabile. Si avverte la mancanza di qualcosa, anche se è difficile spiegare con precisione cosa. Probabilmente non è stato reso fino in fondo il lento innamoramento di Olive: sulla pagina si assiste a ogni dubbio, a ogni tentativo di razionalizzare i sentimenti e a ogni piccola crepa nelle sue difese. Sullo schermo questo percorso deve necessariamente accelerare e, di conseguenza, perde parte della sua intensità. Personalmente, ho sentito anche la mancanza degli adorabili «Sei tremenda» di Adam. Sembrano soltanto due parole, ma nel libro diventano quasi un linguaggio privato tra i protagonisti: un modo tutto suo di dimostrarle affetto senza dichiararlo apertamente.

In compenso, si può apprezzare l’affinità tra Lili Reinhart e Tom Bateman, naturale e mai forzata. I due funzionano davvero bene insieme e riescono a rendere credibili sia l’imbarazzo iniziale sia la crescente intimità. Reinhart ha raccontato di essere stata conquistata dal romanzo e dalla profondità di Olive, una protagonista che non corrisponde né allo stereotipo della ragazza nerd né a quello della donna completamente sicura di sé. Bateman, invece, ha spiegato di aver interpretato Adam come un uomo che riconosce immediatamente Olive e che conserva dentro di sé, fin dal loro primo incontro, qualcosa che il film non mostra apertamente.

L’adattamento modifica infatti un elemento importante: nel libro Adam è innamorato di Olive da anni, mentre il film suggerisce che comprenda i propri sentimenti durante la loro finta relazione. Bateman ha comunque dichiarato di aver recitato immaginando che l’incontro nel bagno fosse già stato decisivo per lui, quasi una “corrente sotterranea” capace di motivare le sue azioni anche quando la sceneggiatura non lo dice esplicitamente. Ma questo non è l’unico cambiamento. Il film elimina Holden Rodrigues, modifica il ruolo di Malcolm e riorganizza la vicenda di Tom Benton, compreso il modo in cui Adam scopre le molestie subite da Olive. Anche la rottura della finta relazione viene ribaltata: nel libro è Olive a interromperla, mentre nel film è Adam ad allontanarsi, convinto – naturalmente sbagliando – di favorire la carriera di lei.

Sono differenze importanti, ma non così tanto da distruggere la storia. Il film conserva il fake dating, l’ambientazione scientifica, il conflitto tra amore e carriera e, soprattutto, la tenerezza alla base del rapporto tra Olive e Adam. Mantiene inoltre diversi riferimenti simbolici che chi ha letto il romanzo può riconoscere immediatamente: i caffè esageratamente dolci, i calzettoni e quei piccoli dettagli che sembrano inseriti apposta per rassicurare chi conosce la storia a memoria. Un plauso va anche alla musica, che riesce persino ad anticipare l’arrivo dell’Adam arrabbiato. È uno di quegli elementi che non possono esistere sulla pagina e che dimostrano come un buon adattamento non debba limitarsi a copiare il libro, ma possa trovare un proprio modo di raccontare la stessa storia.

È un’opinione universalmente riconosciuta che il romanzo sia sempre più completo e coinvolgente del suo adattamento cinematografico, ma non è necessariamente così. Il libro ci permette di entrare nei pensieri di Olive, comprenderne a fondo le insicurezze e assistere, passo dopo passo, alla trasformazione di un accordo assurdo in qualcosa di autentico. Il film, invece, dà alla storia volti, gesti e musica, affidandosi anche alla chimica tra i protagonisti per regalarle una dimensione nuova. Non sostituisce il romanzo e, fortunatamente, non cerca nemmeno di farlo. Ali Hazelwood può ritenersi soddisfatta: i cambiamenti apportati non hanno intaccato ciò che rende The Love Hypothesis così speciale. Dunque, meglio il film o il libro? Per una volta, la risposta è semplice: entrambi.

Rispondi

search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close